FRATRIA
FRATRIA Logo

FRATRIA

Officium natura docet

Ci impegnamo nella promozione di eventi culturali e artistici con particolare attenzione agli aspetti socio-economici, ambientali, di salute pubblica, politici e esoterici.

L'OPINIONE

6 dicembre 2024

La neutralità svizzera seppellita in Finlandia

Mentre le gran casse ticinesi del regime politicamente corretto in cui siamo precipitati ci propongo di continuo pruriginosi articoli di cronaca nera o rosa relativi ad un Paese confinante in cui la cronaca nera è una legge di mercato e quella rosa una marca di fabbrica, l'esercito "svizzero" ha definitivamente seppellito la neutralità elvetica.

Il silenzio assordante in cui è stata avvolta la notizia - semplicemente sconvolgente - dà la tara del livello in cui è precipitata una stampa codina, serva e disonesta, che ha però la temerarietà di chiedere ulteriori e continui aiuti finanziari, peraltro appoggiata dalla quasi totalità del partitume.

La news taciuta (è Natale, siamo tutti più buoni e rendiamo dunque omaggio alla neolingua dei neopadroni), è stata allo stesso tempo orgogliosamente pubblicata sui canali ufficiali di informazione dell'Armee.

Non lascia adito a dubbi o interpretazioni di sorta.

La riportiamo così com'è apparsa sulla pagina Telegram di un esercito irriconoscibile e di cui ci vergogniamo profondamente:

“Bilancio positivo per l'Esercito svizzero durante l'esercitazione «Dynamic Front 25»

Dal 4 al 25 novembre 2024, sei militari svizzeri hanno partecipato in Finlandia all'esercitazione multinazionale «Dynamic Front 25» organizzata dagli Stati Uniti. L'obiettivo principaledell'esercitazione era di migliorare il coordinamento e la comunicazione tra i sistemi d'artiglieria delle differenti nazioni presenti (il grassetto è di Fratria ndr).

I militari svizzeri hanno quindi potuto: migliorare le loro conoscenze nell'ambito dell'interoperabilità e dell'artiglieria; collaborare con altri Paesi e apprendere da loro; identificare rischi e opportunità in un ambiente multilaterale.

Le conoscenze acquisite verranno valutate in modo da ottimizzare le procedure internamente alle Forze terrestri, in particolare per quanto riguarda l'artiglieria. Quanto appreso contribuirà a rafforzare la capacità di difesa dell'esercito.

La partecipazione svizzera si iscrive nella volontà del Consiglio federale di intensificare la cooperazione internazionale preservando comunque la neutralità, come menzionato nel Rapporto complementare al rapporto sulla politica di sicurezza 2021 e nel Rapporto concernente la capacità di difesa e la cooperazione del 2024”.

Voilà.

Coniugare esercitazioni in un Paese NATO, con militari NATO e direttamente organizzate dagli Stati Uniti d'America, ma, al contempo, affermare di volere preservare la neutralità non rientra più nel campo di alcuna dottrina politica e non può neppure essere inquadrato come una contraddizione in termini o un concentrato di ipocrisia mai visto prima. Dovrebbe essere materia di indagine psichiatrica.

In parole semplici: siamo in mano a una banda di pazzi furiosi.

Pertanto Fratria, che ritiene il rispetto della neutralità un vitale interesse nazionale (oltre che un dettato costituzionale), si vede pertanto costretta a prendere le distanze dal Consiglio federale, da tutti i partiti, gruppi e associazioni che premono per un avvicinamento o un'adesione alla NATO e da un esercito di traditori, che va additato al pubblico ludibrio.

Va da sé che, in caso di conflitto con Paesi che, contrariamente agli Stati Uniti d'America e all'Unione Europea, non si permettono di dettarci l'agenda politica, non interferiscono con i nostri interessi nazionali, non ci minacciano, non ci ricattano, non ci truffano e non ci umiliano, parteggerà in favore di chi lotta per valori in cui la Svizzera ha creduto fino all'altro ieri.

E che mai ci saremmo aspettati venissero così platealmente traditi.

22 ottobre 2024

Svizzera: No a un esercito di Giuda

Mentre l'unico Stato terrorista, genocida e infanticida esistente al mondo prosegue imperterrito l'opera di polverizzazione di chiunque non si allinei ai suoi diktat, l'esercito svizzero si prepara a diventarne un patetico cavalier servente. E a rendersi complice di crimini contro l'umanità, visto che Israele significa Stati Uniti e Stati Uniti sono sinonimo di NATO.

Andiamo con ordine.

Lo scorso settembre, una classe politica lontana anni luce da quella che la Svizzera ha avuto sino ad una manciata di anni fa, per il periodo 2025/2028 ha concesso quattro miliardi di franchi in più agli stellati galoppini in grigio verde, che fremono come bimbi davanti ad un trenino elettrico portato da san Nicolao, all'idea di affiancare i colleghi della NATO e degli Stati Uniti d'America: quelli che, giusto per intenderci, nel corso della II guerra mondiale, hanno bombardato il nostro Paese ben 88 volte. Ovviamente, per errore.

Sempre a settembre, la maggioranza del Consiglio degli Stati ha respinto la mozione della Commissione per la politica di sicurezza del Consiglio nazionale che voleva impedire la partecipazione dell'esercito svizzero alle esercitazioni dell'Alleanza atlantica.

Precedentemente, il capo dell'esercito Thomas Süssli, la presidente della Confederazione e responsabile del dipartimento della Difesa, Viola Amherd, nonché diversi esponenti politici di spicco, tra cui il presidente del Partito liberale radicale, Thierri Burkhart, avevano già manifestato a più riprese il loro aperto appoggio ad un avvicinamento della Svizzera alla NATO, lanciando chiari e ripetuti messaggi al Parlamento.

Ricordiamo inoltre che il Consiglio federale ha pure deciso di aderire all'iniziativa European Sky Shield, un progetto di difesa aerea in cui la NATO stabilisce l'agenda e dirige l'orchestra, sancendo, de facto, una subordinazione del nostro Paese all'Alleanza atlantica in termini di dipendenza politica e tecnologica (cosa peraltro già avvenuta con l'acquisto dei celeberrimi 34 FA18…).

Come se non bastasse, nell'ambito del progetto "PESCO" è stato previsto che le forze NATO possano essere trasportate attraverso la Svizzera senza alcuna autorizzazione. Libere e felici di andare a bombardare e invadere chiunque non gradisce l'architettura del Nuovo Ordine Mondiale.

E ora la chicca, sulla quale la stampa codina e politicamente corretta ha steso un pietoso silenzio: lo scorso maggio, il quotidiano austriaco Die Presse, ripreso dal Blick, ha rivelato che l'ambasciatore svizzero presso la NATO, Philippe Brandt, ha firmato una lettera nella quale è stato definito un piano, in cinque punti, su come Paesi "neutrali" come la Svizzera, l'Austria, l'Irlanda e Malta debbano collaborare strettamente con l'Alleanza atlantica.

Se questo è ciò che è diventato l'esercito svizzero, e lo diciamo da sostenitori senza riserve di una realtà in cui abbiamo creduto fino al midollo, facciamola finita.

E aboliamolo.

PS: come se non fosse già abbastanza grave "collaborare" con la NATO, la Svizzera rischia di assistere non solo alla demolizione definitiva della neutralità, ormai diventata una volgare commedia all'italiana, ma complice dei crimini di guerra israeliani che proseguono dal oltre Ottan'anni.

Per quale motivo?

Come ricordato ad un dibattito alla Knesset già una ventina di anni fa da uno spazientito Ariel Sharon, allora primo ministro, inviperito con un deputato dell'opposizione: "siamo noi che diciamo cosa fare agli americani e non gli americani a noi".

13 settembre 2024

DEMOFOBIA

DEMOFOBIA - copertina del libro

Al governo dei Paesi occidentali si alternano partiti di destra e di sinistra, eppure nulla sembra di cambiare davvero per il popolo e le sue istanze. È ciò che Diego Fusaro chiama l'alternanza senza alternativa, con le fazioni della vecchia politica "egualmente sussunte sotto l'ordine neoliberale". Quelli che un tempo erano schieramenti in lotta per due opposte visioni del mondo e dell'agire politico sono ormai le facce intercambiabili della stessa medaglia: l'agenda turbocapitalistica. La sinistra ha abdicato al suo ruolo di strumento di emancipazione globale; e, nei fatti, la destra cosiddetta sovranista non si cura minimamente del popolo sovrano. Siamo così passati dalla democrazia - il governo del popolo, nella dialettica delle sue articolazioni - alla demofobia: la paura del popolo da parte di chi gestisce monoliticamente il potere. Oggi la "destra bluette" del denaro e la "sinistria fucsia" del costume non sono altro che le due ali dell'aquila neoliberale, parti organiche del medesimo sistema, che "si riproduce economicamente a destra, politicamente al centro e culturalmente a sinistra". Così il partito unico del capitale e della sua omogeneità bipolare egemonizza lo spazio politico, e "dall'alto vola rapacemente verso il basso, aggredendo ceti medi e classi lavoratrici, popoli e nazioni".

1° agosto 2024

Benvenuti nella fantarealtà

Chi, nell'anno del Signore 2024 non è più un adolescente, che cosa avrebbe risposto a un ipotetico interlocutore se, solo trent'anni fa, gli avessero detto che un presidente degli Stati Uniti, palesemente affetto da demenza senile, sarebbe stato mandato allo sbaraglio dal suo stesso partito ad affrontare il candidato del partito repubblicano, in vista delle elezioni presidenziali?

Che cosa avrebbe risposto se qualcuno gli avesse detto che, con l'aperto appoggio di tutto il mondo occidentale, lo Stato nato grazie alla vittoria degli Alleati nella II Guerra Mondiale, violando ogni legge del diritto internazionale e risoluzione delle Nazioni Unite, avrebbe occupato terre altrui, vi avrebbe trasferito 800 mila coloni illegali, avrebbe sterminato, in pochi mesi, decine di migliaia di civili e bambini palestinesi con il pretesto della lotta al terrorismo, permettendo ai propri soldati di diffondere pure filmati in cui i militari esultano per avere smembrato corpi di neonati?

Che cosa avrebbe detto se, alle Olimpiadi, avesse visto una parodia dell'Ultima Cena in cui una lesbica ebrea diversamente magra, in compagnia di transessuali e travestiti impegnati ad accarezzare lascivamente un bambino, avessero deriso Gesù Cristo?

Che cosa avrebbe detto se avesse visto una donna affrontare in una gara olimpionica un uomo, perché tale uomo si sente donna?

Che cosa avrebbe detto se, dopo aver visto il papa intronizzare in Vaticano Martin Lutero e idoli pagani, avesse sentito il pontefice di Santa Romana Chiesa (in realtà un antipapa) dichiarare a un noto giornalista che l'inferno non esiste, poi che le anime malvage dopo la morte non vanno negli Inferi, ma si dissolvono (?!), per poi concludere la telefonata in diretta con una fedele con un rassicurante "ci rivedremo all'inferno"?

Che cosa avrebbe detto se, in Cina, avessero trapiantato cellule di un cervello umano su un robot, in vista della completa realizzazione di una nuova dottrina chiamata transumanesimo, pensata per creare chimere e mostri, mezzi uomini e mezze macchine?

Che cosa avrebbe risposto se gli avessero detto che, in Svizzera, la neutralità sarebbe stata ridotta ad una farsa, con il fu partitone e alcuni consigliere federali a caldeggiare un avvicinamento della Confederazione alla NATO?

Che cosa avrebbe detto se la Russia, l'OMS, i lock down, le mascherine…

La lista è lunga.

Ma, con ogni probabilità, avrebbe detto che era necessario chiamare un'ambulanza e trasportare il povero pazzo in quel di Mendrisio.

Buon Primo agosto!

1° luglio 2024

Joe Biden, l'eclissi dell'Occidente e la morte della stampa

Le penose e imbarazzanti immagini di Joe Biden nel corso del primo dibattito televisivo con Donad Trump in vista delle elezioni presidenziali USA, previste in novembre, sono lo specchio fedele del mondo occidentale contemporaneo: una fogna nella quale sono sprofondati oltre duemila anni di civiltà.

Sarebbe incivile infierire contro un uomo colpito da una delle più terribili malattie che possano consumare un essere umano. Ma la conclamata demenza senile del presidente USA apre scenari preoccupanti e ci mostra, da una parte l'aberrante cinismo dello staff che circonda il presidente americano, e di cosa è capace il Deep State. Dall'altra, evidenzia la presenza di una stampa sempre più servile, disonesta, incapace di svolgere il proprio lavoro.

In una parola, perfettamente inutile.

Una realtà che, da "cane da guardia del potere", nel corso degli anni si è sempre più trasformata in "cane da riporto", pronta a servire i poteri forti, a godere dei suoi favori e privilegi, a confezionare "notizie" gradite ai soliti noti, a dispensare solo verità ufficiali, a delegittimare gli avversari, a tacere avvenimenti fondamentali distorcendo alcuni fatti e abbellendone altri, mentendo spudoratamente.

Il rapido deterioramento mentale dell'uomo a capo della più grande potenza mondiale è evidente da anni. Ma, sino alla scorsa settimana, quando la demenza senile è esplosa in mondovisione in tutta la sua virulenza e squallore, nessuna testata convenzionale aveva mai osato descrivere ciò che stava capitando davanti agli occhi dei cittadini di tutto il pianeta Terra.

Fino a quando Donald Trump, nel corso del dibattito, ha riassunto la situazione con una sferzante battuta: "Non ho capito cosa ha detto. E forse non l'ha capito nemmeno lui".

Ora, gli scodinzolanti camerieri della carta stampata e delle testate online e radio televisive fingono stupore, pongono domande, dipingono scenari di cui avrebbero dovuto parlarci molto tempo fa.

Una stampa simile è peggiore di quella presente nei Paesi retti da un regime di qualsiasi natura. In una dittatura conclamata la gente è almeno consapevole della privazione della libertà e della mistificazione della verità.

In una camuffata da democrazia, no.

Resta da capire come mai il Partito democratico degli Stai Uniti d'America abbia deciso di fucilare il suo candidato in pubblico, in mondovisione, in uno dei più importanti appuntamenti prima delle elezioni, perfettamente consapevole di cosa sarebbe capitato.

Resta da capire come mai questi mostri abbiano aspettato tanto.

Come mai abbiano preferito mostrare in modo tanto eclatante, anche ai più distratti, lo stato di degrado, in primo luogo morale, in cui sono precipitati gli Stati Uniti d'America, di cui l'Europa - Svizzera compresa - è vassallo sempre più servile.

L'ipotesi più probabile è che i cinici spin doctors di un partito palesemente allo sbando intendano presentare un altro candidato, costringendo Joe Biden alla rinuncia.

La legge lo permette.

È uno scenario probabile.

Ma, per il momento, l'anziano e malandato presidente ha fatto sapere di non voler fare un passo indietro.

Forse qualcuno ha fatto i conti senza l'oste.

Questo è il mondo in cui viviamo.

A questo si è ridotta la cosiddetta democrazia dei Paesi occidentali: siamo letteralmente nelle mani di una banda di pazzi.

25 maggio 2024

Sionisti al Rösti e amnesie selettive

Dopo la decisione della Corte penale internazionale che, tramite il suo procuratore capo, il cittadino britannico Karim Khan, ha chiesto un mandato d'arresto per il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Yoav Gallant e alcuni leader dell'organizzazione palestinese Hamas, anche in Svizzera abbiamo assistito a scene imbarazzanti.

Vedremo se i mandati verranno convalidati nelle prossime settimane, ma vale la pena ricordare che la Corte penale internazionale non è riconosciuta da molti Paesi tra i quali, ça va sans dire, c'è pure Israele. È la stessa realtà che, tempo fa, ha chiesto l'arresto del presidente russo Putin, accolta però tra squilli di tromba e tripudi di gioia.

Tra i più scomposti giullari filo israeliani nostrani ci sono esponenti di partiti elvetici che, tronfi e indignati per l'affronto all'amico Bibì, appoggiano il regime di Tel Aviv solo perché espressione di un Paese nazionalista e antimusulmano, attualmente retto da alcuni partiti di destra (e di estrema destra).

Politici totalmente dimentichi di cosa è successo, 26 anni fa, ai danni della Confederazione Elvetica, con l'affaire degli "averi ebraici".

Stiamo parlando di politici dimentichi della rimozione dell'ambasciatore svizzero a Washington, Carlo Jagmetti, in quel periodo reo di aver avvisato il Consiglio federale della guerra economico-finanziaria che si stava pianificando a Washington, insieme alla comunità ebraica.

Politici dimentichi di cosa aveva in mente Edgmar Bronfman, allora presidente del Congresso ebraico mondiale, ai danni del nostro Paese.

Politici dimentichi di quali intenzioni aveva il fanatico senatore italo-americano Alfonse D'Amato, sionista a tutto tondo, nei confronti del nostro Paese.

Politici senza memoria.

O senza dignità.

Dopo la notizia dell'arresto all'amico Bibì, i camerieri del popolo eletto sono insorti, dentro e fuori i confini nazionali, basiti per il fatto che il regime sionista infanticida e l'organizzazione Hamas siano state messe sullo stesso piano.

E noi ci accodiamo all'indignazione. Perché, in effetti, è un'equiparazione scorretta: il regime di Tel Aviv è peggio.

Molto peggio.

Atteniamoci ai fatti.

Da una parte abbiamo uno Stato indipendente e sovrano che, per punire una manciata di terroristi, in sette mesi ha provocato la morte di 43 mila civili palestinesi, 16 mila dei quali bambini, e ha raso al suolo un territorio ormai ridotto a uno spettrale cumulo di macerie.

Dall'altra ci troviamo di fronte a un'organizzazione che, da quando è scoppiato il conflitto, di morti sul campo ne ha lasciati 1200 (compresi quelli periti sotto fuoco amico…).

Intendiamoci: in ogni Paese, in ogni situazione e in ogni circostanza, anche un singolo morto è un morto di troppo. Ma la disparità di forze in campo nella striscia di Gaza è tale che parlare di mancanza di senso delle proporzioni e abuso di legittima difesa da parte del regime sionista è solo un eufemismo.

Del resto, Israele ha sempre seguito un certo modus operandi, tollerato da tutto il mondo che – giustamente - non perdona neppure la manganellata di un agente di polizia a un criminale armato, ma chiude gli occhi di fronte ai più atroci crimini di qualcun altro: se in un palazzo si sospetta la presenza di un presunto (si badi bene, presunto) terrorista, il regime di Tel Aviv fa bombardare l'intero edificio.

Con tutti gli inquilini che ci abitano.

Donne, vecchi e bambini compresi.

Quindi, di cosa ci dovremmo stupire, oggi?

Ad ogni modo, quella in atto in Terra Santa (Vaticano, se ci sei, batti un colpo…) non è una guerra. Ma uno sterminio programmato a tavolino, per sbarazzarsi di un intero popolo.

E si chiama genocidio.

Obiettivo che i sionisti hanno in agenda dal 1948, come dimostrano tonnellate di documenti noti a tutte le cancellerie internazionali.

Inoltre, una guerra presuppone l'esistenza di due o più Paesi che si fronteggiano. E di altrettanti eserciti.

Ma la Palestina non è uno Stato indipendente. E non lo è non solo per volere di Israele, ma anche a causa del servile atteggiamento dei suoi giullari sparsi nel mondo e che, per nostra disgrazia, sono pure incastonati tra le Alpi.

Per quanto riguarda l'esistenza di due o più esercitii sarà bene glissare, vista la palese disparità di forze militari in campo. Quando Hamas avrà carri armati, cacciabombardieri, portaerei et similia, ne riparleremo.

Ma, per favore, quando dalle macerie non spuntano corpi in divisa militare, ma teste di neonati, risparmiateci certe sceneggiate da indignazione a geometria variabile.

21 aprile 2024

LO ZAR ALESSANDRO I

LO ZAR ALESSANDRO I - copertina del libro

Il libro verrà presentato insieme a Paolo Mathluothi, storico, che ne ha curato la prefazione, domenica 21 aprile 2024 alle ore 17:00 presso l'Osteria Teatro Unione, a Riva San Vitale (Ticino - Svizzera).

Storia di un monarca illuminato, diviso tra Rivoluzione e Reazione, tra il mondo dello spirito e i piaceri dei sensi, che suscitò grandissime speranze tra gli intellettuali russi quando promise che avrebbe regnato con le leggi e con il cuore; e se anche soffrì l'incudine sotto il martello lui fu quel martello che forgiò la Russia, Lui e nessun altro.

17 aprile 2024

Gli intoccabili

Come da prassi, l'ennesima, plateale violazione del diritto internazionale di cui lo Stato di Israele è ormai il più cinico attore a livello mondiale, non ha causato alcuna reazione da parte dell'Occidente. Nessuna condanna ufficiale da parte del mondo della politica. Nessuna reazione sdegnata da parte di una stampa sempre più asservita e circoncisa.

Dopo aver bombardato l'ambasciata iraniana in Siria, mettendo a segno, in un colpo solo, due violazioni della legge internazionale che tutti i Paesi – Israele esclusa, ovviamente - sono tenuti a rispettare, in questi giorni Tel Aviv scalpita, frigna e minaccia, senza che nessuno abbia il coraggio di muovere un dito, quantomeno per zittire questi macellai.

Il motivo è noto.

Teheran ha osato rispondere con una rappresaglia, peraltro puramente simbolica e compiuta attenendosi rigorosamente al diritto internazionale, che la prevede. Ma la reazione legittima dell'Iran, che non ha provocato neppure un morto, né messo fuori uso infrastrutture di alcun tipo, ci è stata dipinta come l'inizio della terza guerra mondiale, anche grazie alla complicità di chi, col vittimismo, ci gioca da quasi ottant' anni.

Nessuno, in Svizzera e nel resto del mondo occidentale, ci ha ricordato che colpire un'ambasciata, peraltro falciando sedici persone (otto iraniani, tra cui due comandanti di alto livello della Guardia rivoluzionaria, cinque cittadini siriani, un rappresentante libanese di Hezbollah e una donna con suo figlio) è, a tutti gli effetti, un atto di guerra. E che come tale andrebbe affrontato dalla comunità internazionale.

Nessuno prova neppure a ventilare l'ipotesi di sanzioni.

Nessuno evoca l'invio di truppe ONU (per quel che valgono…) che sarebbero già state spedite, armate di tutto punto, in qualsiasi altro Paese in circostanze analoghe.

Nessuno ricorda a Natanyahu e ai suoi sgherri gli ormai 34 mila civili palestinesi - di cui quasi 15 mila bambini - falciati negli ultimi sei mesi da un esercito che compie omicidi mirati sotto le insegne della stella di David. Esercito cui si permette non solo di colpire indiscriminatamente all'interno di quello che considera il proprio cortile di casa, ma persino altri Stati sovrani, dal Libano alla Siria.

Nessuno fa presente a Tel Aviv che, in fatto di terrorismo, Israele dovrebbe solo tacere, dal momento che è uno Stato nato non solo grazie alle persecuzioni subite dagli ebrei nella II guerra mondiale, ma anche per merito delle azioni immonde dell'Irgun e della banda Stern (organizzazioni terroristiche che hanno regalato allo Stato ebraico presidenti e capi di governo, ricevuti in pompa magna da mezzo mondo mentre avevano ancora le mani grondanti di sangue arabo e britannico).

Tutti, però, inorridiscono di fronte alla spettacolare, ma tiepida reazione iraniana, evocando scenari inquietanti non a causa di Israele, che sta facendo di tutto per provocare un inasprimento del conflitto in Medio Oriente, ma attribuendo ogni responsabilità ai persiani.

Mentre il genocidio del popolo palestinese prosegue senza sosta, arrivando – volutamente - a colpire anche rappresentanti di associazioni umanitarie e giornalisti che si permettono di raccontare i crimini di cui gli ebrei d'Israele si stanno macchiando, il regime infanticida sionista continua ad alzare la posta, indifferente persino alle risoluzioni dell'ONU. Che non sono consigli per gli acquisti, ma ordini, cui tutti gli Stati devono ottemperare.

Tutti, tranne i soliti noti.

Del resto, Israele - lo "Stato nazionale degli ebrei", come recita la "legge della nazione" approvata dalla Knesset nel 2018 - fa bene.

Anzi, benissimo.

Perché mai dovrebbe ridimensionare le proprie pretese, visto che chi potrebbe regolargli le valvole non lo fa, e stringe anzi i bulloni alle vittime, anziché ai carnefici?

Last but not least, nessuno ci ha raccontato che in questi giorni, in Terra Santa (la Neochiesa postcattolica si guarda bene dal ricordarci di cosa si tratta…), è giunta la "giovenca rossa".

Gli ebrei del Monte del Tempio l'hanno fatta arrivare dai sionisti degli Stati Uniti e il 22 aprile la sgozzeranno (c'è chi, nel 2024, pratica ancora i sacrifici con gli animali…).

Il motivo?

Il motivo è un rito messianico per la fine dei tempi, che gli invasati sionisti intendono compiere sulla spianata delle moschee e che fa parte del processo di ricostruzione del tempio distrutto nel 70 d.C.. Riedificato il quale gli ebrei potranno accogliere l'avvento del Messia (mentre molti cristiani, al contrario, avranno a che fare con quello dell'Anticristo).

Il che ci porta all'ABC del conflitto in atto.

Chi pensa che le vicende di Israele tocchino solo aspetti politici, geopolitici ed economici, non ha capito niente.

E significa che non ha letto una riga del Talmud.

Dove c'è scritto tutto quello che i giornalisti e i politici fingono di non sapere.

E che si rifiutano di rivelarci.

14 aprile 2024

DA PONTIDA AL METROPOL

DA PONTIDA AL METROPOL - presentazione

Il libro verrà presentato dall'autore domenica 14 aprile 2024 alle ore 17:00 presso l'Osteria Teatro Unione, a Riva San Vitale (Ticino - Svizzera).

Il clamoroso Affaire Metropol raccontato direttamente, per la prima volta, da uno dei suoi protagonisti: Gianluca Savoini. Un'opera che assume i contorni di una biografia – quasi il diario di un militante – anche attraverso le varie fasi della politica estera e dei rapporti internazionali della Lega dagli anni 90 fino all'eclatante caso dell'Hotel Metropol di Mosca. Come scrive Francesco Borgonovo nella prefazione, "chi la pensa diversamente, chi milita sul fronte opposto, è prima di tutto un “cattivo”, una bestia, un impresentabile, qualcuno che va eliminato costi quel che costi. Gianluca Savoini è il cattivo perfetto – il mostro – perfetto per finire sui giornali e venire linciato, perfetto per essere usato come arma politica contro il suo partito, perfetto per incarnare il Male Assoluto. Ecco perché è interessante e importante la lettura di questo volume: perché anche i mostri parlano e, talvolta, sanno persino sorprendere".

7 aprile 2024

L'ANTIPAPA

L'ANTIPAPA - Diego Fusaro

FRATRIA ha il piacere di annunciare che, tra alcuni giorni, uscirà "L' Antipapa - Il primo decennio di un apostata sul soglio di Pietro -", libro scritto dal giornalista Corrado Galimberti (prefazione di Diego Fusaro, Arca Edizioni, pagg. 342), peraltro membro del comitato della nostra associazione.

Il librò verrà presentato domenica 7 aprile 2024 alle ore 17:00 presso l'Osteria Teatro Unione, a Riva San Vitale. Moderatore sarà il filosofo e saggista Diego Fusaro.

Da quando sul soglio di Pietro siede Jorge Mario Bergoglio, la desacralizzazione della società, l'espulsione di Dio da ogni ambito privato e pubblico, il relativismo più assoluto, il materialismo più spinto e l'edonismo elevato a valore, hanno subito un'impennata senza precedenti.

Il libro è rivolto non solo a chi, credente, si sente disorientato dal modus operandi dell'uomo noto in arte come "papa Francesco", ma anche a chi sta assistendo, impotente, all'edificazione di un Nuovo Ordine Mondiale, di cui la Neochiesa postcattolica, sempre più simile a una comune ONG di stampo globalista, appare come un tassello fondamentale.

Dalla disamina dei primi dieci anni di "pontificato" di Bergoglio emerge un individuo platealmente rozzo, facilmente irritabile, terribilmente vendicativo e di scarsissimo spessore culturale, che da una parte deve la sua elezione all'incessante lavoro di quella che uno dei suoi stessi membri ha definito "mafia di San Gallo". Dall'altra, al coinvolgimento diretto dei poteri forti. Governo statunitense in primis.

Da "Gesù fa un po' lo scemo" ed "è uno sporco" al "Ci vedremo forse all'inferno" con cui ha concluso una telefonata con una fedele; dal wiskey che "è la vera acqua santa", all'intronizzazione di divinità pagane in Vaticano; da Dio che perdona anche in mancanza di pentimento, alla negazione dell'esistenza dell'Inferno; dalle anime che si dissolvono nel nulla, al definire "vero delinquente" il sacerdote che non concede l'assoluzione; dalle chiese chiuse in obbedienza alle disposizioni pandemiche, alla sponsorizzazione di un vaccino preparato con linee cellulari di feti abortiti; dalle plateali offese al clero, all'esaltazione del ruolo dei laici; dal disprezzo nei confronti di papa Benedetto XVI, all'allontanamento, rimozione, scomunica e riduzione allo stato laicale di decine di vescovi e sacerdoti ritenuti "rigidi" e "indietristi; dall'accoglienza verso "todos todos todos", all'esclusione di monaci e suore fedeli alla Tradizione; dalla comunione ai divorziati risposati, alla benedizione delle coppie dello stesso sesso; dall'ecumenismo più spinto al sincretismo più becero; dalla condivisione dell'Agenda 2030 stilata dall'ONU, all'accettazione acritica dell'ambientalismo integrale, il libro si sforza di raccontare il percorso di un uomo che ha bandito il sacro dalle nostre vite e ha relegato il Divino a orpello del passato. Non più verità immutabile, ma realtà soggettiva.

19 marzo 2024

L'apoteosi di Putin. E la nostra.

La democrazia di stampo occidentale ha un singolare concetto della libertà. Ed è quello che contempla il rispetto dell'altro solo se personaggi politici, sistemi economici e di governo, agende e visioni del mondo rimangono entro un alveo prestabilito, i cui contorni sono quelli - ed esclusivamente quelli - definiti da centrali operative non elette da nessuno, che agiscono nell'ombra e che, più prosaicamente, sono quelli del bue che dà del cornuto all'asino.

Parliamoci chiaro.

Oggi, nel mondo occidentale, paese più, paese meno, l'orchestra non viene diretta da uomini politici senza macchia e senza paura. Ma dai membri di consigli d'amministrazione di multinazionali e da presidenti di società e associazioni senza alcuna legittimità popolare.

Dunque, prima di muovere critiche infondate al funzionamento, senza dubbio imperfetto, della democrazia russa, non sarebbe una cattiva idea rispolverare il Vangelo di Luca, là dove Gesù afferma "come potrai dire al tuo fratello 'permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio', mentre nell'occhio tuo c'è la trave?".

Per giorni, prima delle elezioni in Russia, i mass media politicamente corretti e stonati megafoni del potere liberal-globalista ci hanno annoiato, ripetendo fino allo sfinimento che la vera cartina di tornasole non sarebbe stata la percentuale di voti che Putin avrebbe ricevuto (excusatio non petita…), ma la percentuale di elettori che avrebbe risposto alla chiamata alle urne.

Ebbene, l'attuale e futuro presidente della Federazione russa non solo è stato rieletto con l'87,5 per cento dei favori, ma la percentuale di cittadini che si è recata alle urne ha toccato un record storico, che i Paesi occidentali – Svizzera in primis – possono solo contemplare in cartolina: l'affluenza è stata infatti del 73,33 per cento (oltre 110 milioni di elettori), a cui va peraltro aggiunto il voto espresso online.

Le prefiche che nel nostro Paese (quello che sequestra per alcune ore un giovane politico austriaco definito di "estrema destra", impedendogli di parlare ad un'assemblea pubblica), nell'Unione europea e negli USA ora si stracciano le vesti perché avrebbero voluto che la Russia tornasse ad essere un'appendice dell'Occidente di eltsiniana memoria e un avamposto dell'imperialismo di stampo statunitense, non si danno pace. Non si capacitano del fatto che la Federazione del Paese più grande al mondo non si concepisca come un fedele vassallo dell'agenda mondialista e globalista, e si ostini a non interpretare il ruolo di esecutore di una tavola di disvalori da far tremare i polsi.

Cianciano di brogli. Di censura. Di pressioni. Di mancanza di confronto e di libertà di stampa.

Prove?

Nessuna.

Anzi, ci permettiamo di far presente che se i candidati alle presidenziali russe sono stati quattro, in USA saranno, e sono sempre stati, due. E in America si tratta di elezioni così libere che, dal primo presidente della storia degli USA sino ai giorni nostri, non c'è mai stato un solo presidente che non fosse plurimilionario. Giusto per capire come, Oltreoceano, le possibilità siano date a tutti i cittadini.

Per quanto riguarda presunte censure, brogli e indebite pressioni russe, quello che è capitato quattro anni fa, con il confronto tra Joe Biden e Donald Trump, ci racconta una storia pietosa. E il fatto che, a novembre, la sfida tra i due candidati delle presidenziali americane avrà luogo con un inquilino della Casa Bianca palesemente affetto da demenza senile, la dicono lunga sulla qualità e sulle prospettive della democrazia americana. Ma, soprattutto, su chi governa realmente.

I finanziatori e gli ispiratori di ogni guerra che infesta il mondo – a cominciare da quella che vede protagonista il regime sionista, impegnato nel perseguimento del genocidio del popolo palestinese – i paladini della libertà di stampa e di opinione – quelli che stanno affogando in un mare di silenzio il destino di Julian Assange, rinchiuso da anni in gattabuia per aver rivelato al mondo notizie compromettenti per i paladini della "democrazia" – e gli architetti dell'Agenda 2030 – gli individui che vogliono far evaporare le nazioni e le identità etniche, imporre i "genitore uno e genitore due" ed affogare tutto e tutti in una poltiglia senza anima né prospettive, se non quelle di riempirsi lo stomaco e svuotare gli orifizi, si mettano il cuore in pace.

La Santa Madre Russia non si piegherà.

Non sarebbe una cattiva idea se l'Occidente si sforzasse di cercare interlocutori con cui dialogare. E non lacchè.

29 febbraio 2024

Aleksej Navalnyj e Julian Assange

All'ipocrisia dell'Occidente si potrebbe erigere un monumento.

Mentre le prefiche politicamente corrette versano fiumi d'inchiostro e piangono la morte del dissidente russo Aleksej Navalnyj – un uomo che, lungi dall'essere un idealista senza macchia e senza paura, era una banderuola tra le più svolazzanti –, a un giornalista australiano che ha semplicemente fatto il suo lavoro, e rischia grosso, la stampa cicisbea sta riservando solo qualche riga (sempre che non ci sia la rottura di qualche fidanzamento nel mondo dello spettacolo, cui dare la precedenza).

Nei prossimi giorni, Julian Assange, ospite di una prigione di massima sicurezza nei pressi di Londra da quasi cinque anni dopo essere rimasto segregato, per altri sette, nell'ambasciata ecuadoregna della capitale britannica, potrebbe venire estradato negli Stati Uniti. Paese in cui rischia svariati ergastoli per un totale di 175 anni di prigione.

Come sanno ormai anche i paracarri, Julian Assange è "colpevole" di aver pubblicato notizie – vere - sulla piattaforma Wikileaks, che l'analista di intelligence militare degli USA, Bradley Manning, gli aveva passato.

De facto, ha semplicemente seguito le indicazioni e gli insegnamenti contenuti nei manuali di giornalismo (ammesso ce ne siano ancora in circolazione e non siano stati sostituiti da testi finanziariamente più redditizi e politicamente più utili).

Ha ricevuto informazioni molto interessanti. Le ha verificate. Le ha ritenute di interesse pubblico. Le ha pubblicate.

Un tempo si usava fare così.

Oggi, non più.

A sua volta, l'ormai ex soldato Manning è stato arrestato, condannato e imprigionato per sette anni in condizioni definite dai suoi avvocati "lesive dei diritti umani". È stato poi graziato dal presidente Barack Obama e, successivamente, è finito nuovamente dietro le sbarre, per un altro anno, per essersi rifiutato di testimoniare contro Wikileaks.

Julian Assange ha insomma fatto quello che qualsiasi giornalista degno di questo nome dovrebbe fare, senza neanche pensarci una frazione di secondo. Ma da quando i giornalisti si sono trasformati da cani da guardia del potere, in cani da riporto (con tutto il rispetto per i migliori amici dell'uomo), e la classe politica pretende servi, e non cronisti imparziali, le cose sono cambiate.

Ci rendiamo perfettamente conto che le informazioni pubblicate grazie a Julian Assange e a Bradley Manning hanno mostrato al mondo un lato degli USA che nessuna amministrazione americana (e nessun cittadino statunitense) avrebbe voluto vedere spiattellate. Notizie sconvolgenti, su fatti altrettanto sconvolgenti, in grado di svelare un modus operandi che nulla ha a che vedere con la nozione di civiltà, pur declinata nelle sue numerose sfaccettature.

La libertà di stampa è un pilastro di qualsiasi Paese democratico. Se il pilastro viene minato, vacilla l'essenza stessa della democrazia.

Non vale solo per la Corea del Nord.

Vale per tutti.

I detrattori del giornalista australiano sostengono che Assange rischia tanto non perché ha fatto il suo dovere, ma perché si è reso colpevole di spionaggio ai danni degli sceriffi del mondo. Sceriffi che, in Europa - Svizzera compresa - possono contare pure su molti vice sceriffi, persino più ottusi degli originali.

I giudici –nei confronti dei quali, contrariamente a quanto ci viene quotidianamente inculcato dalla vulgata politicamente corretta, non nutriamo alcuna fiducia- quasi sicuramente non si atterranno alla legge e alla deontologia professionale. Quelle si possono sempre interpretare in base a una serie infinita di variabili. Ma obbediranno a ragioni di ordine politico e geopolitico.

I giudici sacrificheranno la verità e sposeranno quello che, in filosofia, si chiama utilitarismo.

Sic et sempliciter.

Come dimostrano le immagini, Julian Assange è pure malato. È messo decisamente male. Ma le ragioni umanitarie vengono invocate solo per stupratori seriali di bambini, assassini di vecchiette e spacciatori di droga diversamente bianchi.

Anche se Londra dovesse riservare un sonoro ceffone alle pretese degli ex coloni, e rifiutare l'estradizione nel paradiso della libertà, l'eccezione non farebbe che confermare la regola che si è ormai imposta in tutto il mondo occidentale.

Un comportamento che è riprovevole e inaccettabile in Russia o in Iran, diventa automaticamente accettabile e auspicabile se osservato negli Stati Uniti. O in una delle sue numerose - e patetiche - colonie europee.

Un esempio concreto?

Nelle ore in cui Navalnyj trovava la morte (e ce ne rammarichiamo), un certo Gonzalo Lira, blogger cileno con cittadinanza americana, sposato con una cittadina ucraina, rendeva l'anima a Dio in un carcere di Kiev. Si trovava lì solo per aver criticato la marionetta preferita delle amministrazioni americana e unioneuropeista: Vladimir Zelensky.

Quanti mass media ne hanno parlato?

Quanti politici, tra quelli affranti per la morte del combattente per la libertà Navalnyj, hanno protestato?

A quante fiaccolate abbiamo assistito?

Ecco.

A questo si sono ridotte la democrazia occidentale e quella meravigliosa e spassosissima favola della libertà di stampa e di opinione.

14 gennaio 2024

Le gioie di Davos: Zelensky e la "malattia X"

Sul Forum economico di Davos, quest'anno in programma dal 15 al 19 gennaio, si è scritto e detto molto. Da quando è apparso chiaro, anche ai più recidivi, che non è semplicemente una vetrina di personalità di alto profilo del mondo politico, economico-finanziario e dell'informazione, sono scorsi fiumi di inchiostro anche da parte di chi offre un'informazione alternativa a quella ufficiale e convenzionale.

Ormai è chiaro a tutti che, nella cittadina grigionese, assisteremo a un susseguirsi di riunioni e incontri blindati, dove verranno letteralmente pianificate le sorti del pianeta (di concerto con altre perle di democraticità come il gruppo Bilderberg e la Commissione Trilaterale). Ma, ancor oggi, nessuno sa realmente cosa dicano, e dicidano, capi di Stato e di governo, ministri, economisti, CEO delle più importanti multinazionali del pianeta, responsabili di associazioni internazionali, blasonati giornalisti e direttori delle più (autoproclamatesi) prestigiose testate del mondo.

Di certo c'è che personalità molto influenti - così certe della propria reputazione, buona fede, onestà, caratura morale e sincerità da aver bisogno di cinquemila soldati del fu neutrale esercito svizzero, oltre a un imprecisato numero di poliziotti, per farsi proteggere - prenderanno coraggiose decisioni per il nostro bene.

Quest'anno, le gioie di cui rallegrarci sono, in particolare, due.

La prima è la presenza in carne ed ossa, del presidente ucraino Vlodomir Zelensky.

La seconda è l'annuncio, passato sino ad oggi in sordina, dello scoppio di una nuova (presunta) pandemia.

Le derive atlantiste del nostro Paese, gli ammiccamenti alla NATO e l'evaporazione della neutralità elvetica sono ormai di una chiarezza lapalissiana. Nonostante le patetiche prese di posizione di chi sostiene che, in realtà, la celeberrima e un tempo apprezzata neutralità svizzera non è stata neppure scalfita, l'evidenza dei fatti parla senza il bisogno di interpretazioni di sorta.

La nuova vulgata politicamente corretta, ampiamente diffusa da mass media trasformati da cani da guardia del potere, in cani da riporto, è che non si può rimanere indifferenti davanti ad un Paese aggredito, e uno aggressore.

A parte il fatto che, anche su questo dettaglio ci sarebbe da discutere a lungo, è proprio questa, la neutralità.

Spiegata per i minus habens: non si parteggia per nessuno e si mettono a disposizione i propri uffici - questo, e solo questo, significa non stare ad assistere, indifferenti - in modo tale si giunga ad una soluzione equilibrata del problema.

Ergo: se si invita Zelensky si deve pure invitare Putin (peraltro a capo di una potenza economica, politica e militare di ben altro spessore rispetto a una colonia degli Stati Uniti, quale l'Ucraina è). E se per il presidente russo s'invoca il tintinnar di manette, a causa del mandato di cattura internazionale, a quel punto non si invita nessuno dei due.

Fine della trasmissione.

Invece, a Davos, sventolano ovunque bandiere ucraine, s'intervistano profughi ucraini, si affiggono manifesti con la bandiera ucraina, si invitano personalità ucraine e la presenza di un uomo ormai screditato come Zelensky, con la canna del gas alla gola, al vertice di un Paese che ha già perso la guerra, nonostante ci si affanni a sostenere che i giochi sono ancora aperti, è dipinto come uno stimolante contributo per garantire al mondo pace, sicurezza, benessere e libertà.

Soprattutto, tanta libertà.

Negli scorsi mesi le allucinanti prese di posizioni del consigliere federale Viola Amherd (quindi del governo svizzero) e del capo dell'esercito, Thomas Süssli, a proposito del ruolo militare della Confederazione avrebbero dovuto sollevare un acceso dibattito e un'ondata di indignazione nel Paese. È passato tutto in cavalleria perché, complici mass media compiacenti, si lascia che le decisioni avvengano nel più totale riserbo.

A spiegare da che parte sorge il sole ci ha pensato uno storico svizzero, antisvizzero fino al midollo, la cui opinione è stata recentemente ospitata sulla rivista italiana di geopolitica Limes.

Nell'edizione del telegiornale della RSI di domenica14 gennaio ha apertamente affermato che "la Svizzera si fa difendere dalla NATO". E cosa l'Alleanza atlantica abbia chiesto in cambio, non sono certo cioccolato e orologi, giusto per non citare i luoghi comuni.

La seconda perla del Forum di Davos riguarda, come accennato una nuova, presunta, pandemia.

Mercoledì 17 gennaio verranno forniti maggiori dettagli in una conferenza dal rassicurante titolo: "Prepararsi alla malattia X".

Davos avviserà il mondo che sarà necessario allinearsi alle direttive dell'OMS - alla cui sottomissione si stanno mobilitando, proprio in questi mesi, molti governi del pianeta - per far fronte ad una nuova pandemia che, secondo i noti gentiluomini che l'hanno pianificata a tavolino, potrebbe essere 20 volte più mortale del Covid.

Ovviamente, a gestire la situazione ci saranno le numerose, disinteressate e caritatevoli fondazioni di Bill Gates.

Non sono interpretazioni, ma fatti, anche se i TG preferiscono soffermarsi sulle vittorie di Marco Odermatt (che Dio lo benedica) piuttosto che su temi che è meglio distillare con il contagocce.

Il sito web ufficiale del World Economic Forum informa inoltre che il gruppo di relatori del programma "Preparing for Disease X" comprenderà il direttore generale dell'OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, il ministro della Sanità brasiliano Nisia Trindade Lima, Shyam Bishen del "Centro per la salute e l'assistenza sanitaria" e numerosi operatori sanitari di mezzo mondo.

Il sito del WEF avvisa altresì che "La malattia X rappresenta la consapevolezza che una grave epidemia internazionale potrebbe essere causata da un agente patogeno attualmente sconosciuto che possa causare malattie umane".

Che noia.

Non si può neppure più parlare di complotti.

Svelano tutto loro, alla luce del sole, pontificando da una lussuosa sala di Davos.

27 ottobre 2023

Palestina, il popolo non eletto

Quando, in pochi giorni, una rappresaglia falcia oltre 3000 bambini, non ci possono essere giustificazioni di sorta.

Negli infanticidi non può essere ravvisata alcuna giustificazione.

Mai.

Non esiste alcun diritto alla difesa, spiegazione plausibile, lecito obiettivo da raggiungere.

Da una parte e dall'altra della barricata.

Eppure, nel mondo, c'è un piccolo Paese, diventato Stato una manciata di anni fa grazie alle persecuzioni di cui è stato vittima il suo popolo, che può permettersi tutto quello che non è consentito a nessun altro.

Un piccolo Paese che può accusare gli altri di terrorismo, quando è nato col terrorismo. Come ci insegnano la banda Stern e l'Irgun.

Può chiedere le dimissioni di ministri stranieri, insultare capi di Stato, diffamare pontefici, quando ha avuto ministri, capi di Stato e presidenti ricercati per terrorismo. Come Menachem Begin e Yitzhak Shamir.

Può accusare di razzismo chiunque osi criticarlo, e avere "padri della Patria" che hanno pronunciato parole e concetti razzisti come pochi. Come David Ben Gurion e Golda Meir.

Può occupare illegalmente le terre (più fertili) di un altro popolo, creando colonie armate fino ai denti, e accusare gli altri di illegalità.

Può subire decine di condanne dalla comunità internazionale, non rispettarne una e non solo farla franca, ma pretendere che poi, la stessa comunità di cui si fa beffe, solidarizzi con il persecutore e non con il perseguitato.

Può far vivere stipati in pochi chilometri quadrati milioni di persone, accatastate come fascine di legna, a cui vengono concessi col contagocce acqua potabile, elettricità e i più elementari servi igienici, e pretendere che quelle stesse persone crescano in un clima di tolleranza per chi li affama e li asseta.

Quel Paese può definirsi - a livello costituzionale - "Stato nazionale degli ebrei" e chiedere lealtà a chi in quel Paese ci vive da generazioni, ma ebreo non è.

Di fronte allo scempio dei bimbi straziati, a interi quartieri rasi al suolo, a decenni di soprusi, violenze, atti illegali e persecuzioni, spiace costatare che la comunità internazionale – Svizzera compresa - non solo non morda, ma abbia timore persino di abbaiare. E, anzi, miagoli, balbettando insignificanti e patetici appelli quando, nei confronti di un intero popolo, è in atto una politica di genocidio.

Tra quel popolo ci sono musulmani, cristiani e atei.

Tutti colpevoli.

Di esistere.

Ovviamente, quando si parla di Terra Santa, le considerazioni politiche, geopolitiche, storiche ed economiche vanno analizzate con dovizia di particolari. Ma non può essere taciuto, come invece fanno tutti, il fatto che Israele fa quello che fa perché spinto da motivazioni che chi non crede nel Trascendente fatica a comprendere.

Le politiche dei numerosi governi israeliani che si sono succeduti dal 1948 ad oggi hanno una missione messianica e una visione escatologiche che li guida e li spinge a schiacciare chiunque ostacoli piani che non sono contemplati dalle dottrine militari e dalle scienze politiche.

Per capirlo sarebbe sufficiente che i mass media analizzassero il programma dei partiti che compongono oggi il governo guidato da uno psicopatico assetato di sangue e quello dei governi precedenti.

Fino a quando Israele non sarà trattato come un Paese come tutti gli altri, e ai suoi leader politici e partiti non saranno applicati gli stessi standard che si applicano a tutti gli altri, non se ne uscirà.

E la Palestina continuerà a grondare sangue, fino a quando la vendetta che cova da tempi immemori non avrà raggiunto il suo obiettivo.

3 settembre 2023

La Svizzera è incompatibile con la NATO

Dopo le recenti notizie sul modus operandi della RUAG -società di proprietà della Confederazione elvetica, e, pertanto, di tutti i cittadini svizzeri-, le considerazioni esternate dal capo dell'esercito, Thomas Süssli, e gli obiettivi, ormai conclamati, di alcuni partiti di governo (a cominciare dal Partito liberale) a proposito di una collaborazione del nostro Paese con la NATO, Fratria ritiene che la Svizzera si stia confrontando con una situazione di una gravità inaudita, che non è eccessivo definire di stampo eversivo.

Di fronte alle dichiarazioni di chi si ostina a considerare neutrale il nostro Paese, nonostante le palesi e ripetute violazioni di una caratteristica che ci ha garantito secoli di pace e stabilità, non rimane che chiedere con fermezza una presa di posizione chiara e univoca da parte di tutti, sul ruolo della Confederazione.

L'indagine chiesta lunedì 21 agosto dal Consigliere federale Viola Amherd sulla RUAG non solo giunge fuori tempo massimo, ma fa emergere un totale (presunto) caos all'interno del Dipartimento della difesa, della protezione della popolazione e dello sport (DDPS), dove la lobby favorevole all'Alleanza atlantica appare sempre più aggressiva.

Spiace constatare che la signora Amherd sia parte del problema, dal momento che, lo scorso 22 marzo è stata lei, in un incontro con il segretario generale della NATO, Stoltenberg, ad auspicare apertis verbis, un rafforzamento della collaborazione tra Berna e l'Alleanza atlantica. E ciò non è accettabile.

Prima le scandalose parole dell'allora dirigente di RUAG, Brigitte Beck, poi quelle del suo presidente, Nicolas Perrin, infine le considerazioni del capo dell'esercito, Thomas Süssli, dimostrano che la situazione è fuori controllo.

Il Consiglio federale e il parlamento devono prendere atto che non solo l'adesione, ma anche qualsiasi tipo di collaborazione con la NATO è incompatibile con la neutralità e inaccettabile sotto qualsiasi punto di vista, finanche quello morale.

Infine, si prenda atto dell'ovvio: oggi, l'Alleanza atlantica (quindi gli USA) è una realtà militare che sta operando a scopo offensivo, non difensivo. La Svizzera non può permettersi di essere coinvolta in alcuna guerra, fosse anche quella santa.

Se la signora Beck è stata costretta alle dimissioni, non si vede perché questo non debba essere il destino anche per i signori Perrin e Süssli. E se la signora Amherd, oltre alle simpatie atlantiche già esternate, non ha più il controllo della situazione del suo dipartimento, prenda atto della propria debolezza politica e tragga le dovute conclusioni.

Qui non si tratta di opinioni e simpatie a favore degli Stati Uniti e delle loro colonie in Europa o della Federazione russa (perché di questo stiamo fondamentalmente parlando). Si tratta del rispetto che tutti i cittadini svizzeri - dirigenti e politici in primis - sono tenuti a mostrare verso la neutralità, principio ancorato nella Costituzione elvetica e che, sarà bene sottolinearlo, è garantita pure giuridicamente a livello internazionale.

8 maggio 2023

Il tradimento

Il processo di smantellamento della neutralità svizzera in atto, in realtà, da quando elicotteri britannici furono filmati in Vallese mentre si esercitavano in vista dell'invasione dell'Afghanistan da parte degli USA e della Gran Bretagna, nel 2001, è giunto dunque a compimento. Il presidente ucraino Zelensky terrà un discorso all'Assemblea federale durante la sessione estiva.

Fratria condanna nel modo più fermo le patetiche contorsioni di chi sta apertamente violando la Costituzione elvetica, l'atteggiamento genuflessorio di mass media che, da "cani da guardia del potere" sono diventati cani da riporto, i novelli camerieri della NATO - a cominciare dal PLR, passando per il Centro, sino a toccare le irraggiungibili vette dei falsi ambientalisti - e, last but not least (la neolingua del padrone è ormai d'obbligo), i vertici di quello che è diventato un esercito da operetta.

La Svizzera non vedrà mai più, come accaduto nel 1985, iniziative come il "Vertice di Ginevra" tra Ronald Reagan e Michail Gorbaciov. Non sarà mai più il tavolo privilegiato di incontri, trattative e piani per cercare di garantire al mondo pace e prosperità.

Non è più un Paese neutrale. Non è più super partes. Non è più un Paese affidabile per gli attori dello scacchiere internazionale.

I responsabili dell'evaporazione di una delle caratteristiche più conosciute e apprezzate del nostro Paese hanno nomi e cognomi. Sui loro sporchi interessi e le loro reali intenzioni preferiamo glissare.

La palla passa ora ai cittadini: firmare l'iniziativa per la neutralità è un dovere civico di ogni svizzero degno di questo nome.

LO STORICO DEGLI EVENTI

LO ZAR ALESSANDRO I

LO ZAR ALESSANDRO I

21 aprile 2024

DA PONTIDA AL METROPOL

DA PONTIDA AL METROPOL

14 aprile 2024

L'ANTIPAPA

L'ANTIPAPA

7 aprile 2024

Il transumanesimo che taglia le stelle

Il transumanesimo che taglia le stelle

18 marzo 2023

Il nichilismo dell'Unione europea

Il nichilismo dell'Unione europea

17 ottobre 2020

Il mondo visto in controluce

Il mondo visto in controluce

4 ottobre 2019

Europa, la grande sedotta

Europa, la grande sedotta

SOCIAL WALL

Seguici sui social per restare aggiornato